Saturday, 3 January 2026

PICCOLA STORIA DI NEVE E MUSICA

 “Buffa?” 

“No, fa le polisch’”

Quando ero piccolo faceva freddo. Ricordo che mi svegliavo e i vetri delle finestre erano completamente ricoperti di ghiaccio. Casa sembrava non scaldarsi mai. 

A scuola, a partire da novembre, nelle giornate che già dall’odore del mattino facevano presagire neve, chi stava nei banchi accanto alle finestre aveva il compito di aggiornare il resto della classe sullo stato delle cose. Le “polisch’”, a Urbino, è quando la neve cade incerta, zigzagando come piccoli coriandoli sparuti, in genere in giornate molto fredde, e non fa tempo a toccare terra, che già si è sciolta. Non era quello che volevamo. Noi volevamo la neve vera, che cade fitta e regolare, che imbianca prima i tetti, poi tutto il resto. O meglio ancora la bufera, talmente fitta da impedire la vista oltre pochi metri, che cancellava il paesaggio e costruiva accumuli altissimi in cima al Monte, intorno al monumento a Raffaello. 

Ma non dovevamo guardarla troppo, si sa che la neve, se stai troppo a fissarla, smette. E infatti, le nevicate più copiose le faceva di notte, mentre tutti dormivamo. Quando succedeva - e lo si capiva subito, prima dal silenzio, poi dalla luce, infine dagli accumuli fin sui davanzali delle finestre - sapevamo che non saremmo andati a scuola: avremmo fatto colazione, ci saremmo vestiti pesanti e avremmo passato il resto della giornata a scendere con slitte e bob per greppi e strade, interrotti solo dal richiamo della fame, a pranzo o a merenda. In quelle occasioni, viale Pablo Neruda, la strada che scendeva fino alla piscina comunale, completamente imbiancata e priva di traffico, diventava la pista di discesa e campo di gara di tutti i bambini delle vie adiacenti. Adulti non ce n’erano, solo decine e decine di bambini, soli nella neve. 

A febbraio del ’86, nevicate e gelate eccezionali hanno tenuto chiuso le scuole per più di una settimana. Avevo 15 anni, bob e slittino non mi interessavano più. Ogni giorno, invece, partivo da casa con la chitarra sotto braccio per percorrere il chilometro circa che mi separava da casa di Alessandro. Lì, avremmo passato i pomeriggi a suonare, tirare giù accordi e scrivere le prime canzoni. Nonostante fossimo ormai cresciuti, una cosa non era cambiata: il richiamo della fame a merenda. Un pomeriggio Alessandro aprì il frigo e ne tirò fuori un cartoccio: era salmone affumicato. Io non lo avevo mai mangiato.

«È buonissimo», disse, mentre lo scartava al centro del tavolo.

Quando arrivò Rita, sua madre, ci guardò, poi guardò in frigo e, senza alcun cenno di rimprovero, disse soltanto:

«Addio cena.»


p.s. questa storiella, insieme ad altre*, sarà nel booklet di accompagnamento al prossimo album, che uscirà quando sarà pronto. 


*forse

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