Friday, 29 May 2026

Rivabella Cervinia Parte 1

Rivabella Cervinia Parte 1

Rivabella Cervinia Parte 1

Ogni tanto, Claudio e Anthony ci raccomandavano per qualche serata a cui non riuscivano ad andare. Io e Fred facevamo musica dal vivo, anche se ci ostinavamo a chiamarla piano bar e nessuno dei due suonava il piano. Un giorno, ci dicono che ci sarebbe stata la possibilità di suonare tutto il mese di agosto nel locale più bello di Cervinia, con vitto e alloggio inclusi. Fantastico, mi dico, così non c'è nemmeno bisogno di fare avanti e indietro da Urbino ogni sera! Sì, perché nella mia geografia da novello ventenne, Cervinia era sicuramente una di quelle frazioni sul lungomare di Rimini dove suonavamo spesso: Rivazzurra, Marebello, Rivabella, Cervinia... Il primo dubbio mi è venuto quando Claudio ha detto che il locale si chiamava Capanna Alpina, non proprio un nome da riviera romagnola; la certezza quando ha aggiunto che loro avevano fatto lì la stagione invernale, suonando di sera e sciando di giorno. Così, un giorno di fine luglio, siamo partiti da Urbino con la 126 stipata di strumenti e, al seguito, i genitori di Federico col resto dell'impianto — attraversando l'aria pesante della pianura padana fino ai cieli tersi di Cervinia.

Piccolo dialogo della prima sera nell'appartamento:

F: oh, finalmente!
(Si butta nel letto, cede una gamba e il letto crolla da un lato)
A: aspetta, fammi vedere se si può aggiustare...
(Guarda sotto il letto, trova un mazzo di carte)
A: tresette?
F: sì dai.
(Dopo un po')
A: dovevamo mettere a posto il letto!
F: sì, aspetta che prima vado in bagno.
(Si sente un rumore, salta la luce in tutto l'appartamento)
A: ma che cavolo!
F: 'spetta che faccio luce con lo zippo... c'è un cartello, dice "non usare l'interruttore — la centralina è nella zona garage"
A: potevano metterlo fuori, come fai a vederlo se non accendi la luce? Va be', vado giù.
(Torna dopo aver riallacciato la corrente)
F: guarda, ho trovato un martello!
A: fantastico, proviamo ad alzare il letto e vedere se riusciamo a rimettere il pezzo che si è staccato.
(Sotto il letto c'è il solito mazzo di carte)
F: tresette?
A: sì dai!
(Dopo un po')
F: dobbiamo rimettere a posto il letto.
A: devo andare in bagno io adesso.
F: non accendere la...
(Stak. Buio)
F: vado io...
(Torna dopo aver riallacciato la corrente)
F: tieni il martello.
A: ok, devo dare una martellata qui, ma sono le due di notte...
F: danne una ma fortissima, una sola.
A: ok, provo.
(Bam. Vanno a letto)

Prossimamente la parte 2.

Friday, 30 January 2026

NIENTE BEATLES ALLA RADIO



Appunti di un'infanzia in FM

Le rotelle del Brionvega giravano velocissime: in pochi secondi si poteva scorrere l’intero spettro delle frequenze FM. Io passavo ore a fare avanti e indietro, cercando musica da ascoltare; capivo se un pezzo mi sarebbe piaciuto o meno in meno di un secondo. Quando ne trovavo uno, facevo partire il registratore e lo mettevo su nastro. Tutte le cassette erano piene di canzoni già iniziate e di qualcuno che cominciava a parlarci sopra prima che finissero. Odiavo i conduttori radiofonici. Perché parlavano? Sarebbe stato più semplice mettere una canzone dietro l’altra, annunciando giusto il titolo prima che partisse.

Ascoltare musica alla radio voleva dire scendere a compromessi. A volte anche un pezzo appena decente valeva l’ascolto. Altri non li sopportavo proprio, e spesso erano quelli più trasmessi. Just an Illusion degli Imagination, per esempio. Avevo anche perso un amico a causa di Just an Illusion: mi aveva detto che a lui piacevano i Beatles e anche quella canzone. Non l'ho più voluto vedere. Non ricordo più come si chiamasse, so solo che eravamo alla fortezza* e aveva gli occhi blu.

C’era poi una canzone che trovavo su quasi ogni frequenza, che mi attirava e mi respingeva allo stesso tempo: parlava di un prete italiano con la parrocchia in Inghilterra, un certo Don Camisi. O almeno così avevo capito, col mio inglese da prima media. L’inglese, allora, era soprattutto un esercizio di immaginazione.

Una cosa era certa: alla radio non mettevano mai i Beatles. Ricordo bene le poche volte in cui è successo.

Otto anni, sono a casa di Antonio a fare i compiti. C’è il sole. Sua sorella ascolta la radio e passa un pezzo di George Harrison, non identificato.

Nove anni, giro le rotelle del Brionvega a velocità supersonica e sento un pezzo dei Beatles che non conoscevo (era il nuovo singolo di Paul McCartney, Coming Up).

Muore John Lennon. Per giorni tutte le frequenze si riempiono di speciali. Persino Sandra, che faceva le pulizie e di solito snobbava quello che ascoltavo, canta Instant Karma con me.

Sono a casa della zia Rosetta: dalla stanza di Stefano o di Silvia esce Hey Jude.


Per il resto, dovevo accontentarmi di quello che passava il convento. Di solito, roba che non avevo chiesto.


* la fortezza Albornoz ad Urbino

Saturday, 3 January 2026

PICCOLA STORIA DI NEVE E MUSICA

 “Buffa?” 

“No, fa le polisch’”

Quando ero piccolo faceva freddo. Ricordo che mi svegliavo e i vetri delle finestre erano completamente ricoperti di ghiaccio. Casa sembrava non scaldarsi mai. 

A scuola, a partire da novembre, nelle giornate che già dall’odore del mattino facevano presagire neve, chi stava nei banchi accanto alle finestre aveva il compito di aggiornare il resto della classe sullo stato delle cose. Le “polisch’”, a Urbino, è quando la neve cade incerta, zigzagando come piccoli coriandoli sparuti, in genere in giornate molto fredde, e non fa tempo a toccare terra, che già si è sciolta. Non era quello che volevamo. Noi volevamo la neve vera, che cade fitta e regolare, che imbianca prima i tetti, poi tutto il resto. O meglio ancora la bufera, talmente fitta da impedire la vista oltre pochi metri, che cancellava il paesaggio e costruiva accumuli altissimi in cima al Monte, intorno al monumento a Raffaello. 

Ma non dovevamo guardarla troppo, si sa che la neve, se stai troppo a fissarla, smette. E infatti, le nevicate più copiose le faceva di notte, mentre tutti dormivamo. Quando succedeva - e lo si capiva subito, prima dal silenzio, poi dalla luce, infine dagli accumuli fin sui davanzali delle finestre - sapevamo che non saremmo andati a scuola: avremmo fatto colazione, ci saremmo vestiti pesanti e avremmo passato il resto della giornata a scendere con slitte e bob per greppi e strade, interrotti solo dal richiamo della fame, a pranzo o a merenda. In quelle occasioni, viale Pablo Neruda, la strada che scendeva fino alla piscina comunale, completamente imbiancata e priva di traffico, diventava la pista di discesa e campo di gara di tutti i bambini delle vie adiacenti. Adulti non ce n’erano, solo decine e decine di bambini, soli nella neve. 

A febbraio del ’86, nevicate e gelate eccezionali hanno tenuto chiuso le scuole per più di una settimana. Avevo 15 anni, bob e slittino non mi interessavano più. Ogni giorno, invece, partivo da casa con la chitarra sotto braccio per percorrere il chilometro circa che mi separava da casa di Alessandro. Lì, avremmo passato i pomeriggi a suonare, tirare giù accordi e scrivere le prime canzoni. Nonostante fossimo ormai cresciuti, una cosa non era cambiata: il richiamo della fame a merenda. Un pomeriggio Alessandro aprì il frigo e ne tirò fuori un cartoccio: era salmone affumicato. Io non lo avevo mai mangiato.

«È buonissimo», disse, mentre lo scartava al centro del tavolo.

Quando arrivò Rita, sua madre, ci guardò, poi guardò in frigo e, senza alcun cenno di rimprovero, disse soltanto:

«Addio cena.»


p.s. questa storiella, insieme ad altre*, sarà nel booklet di accompagnamento al prossimo album, che uscirà quando sarà pronto. 


*forse

Tuesday, 3 December 2024

Una recensione talmente bella su Mescalina che ho paura a toccarla, o anche solo estrapolarne qualche estratto. Per me, leggerla è stato come tuffarsi da una piattaforma altissima. Anche i ringraziamenti di rito non riesco a fare. Posso solo linkarla integralmente.

https://www.mescalina.it/musica/recensioni/alberto-arcangeli-farfalle-notturne

 Oggi esce “Farfalle Notturne”, il mio nuovo album. È buono e fa bene.

È’ il mio primo album in italiano “ufficiale”, col non trascurabile vantaggio che questa volta capivo quello che stavo cantando. È anche breve (30min) e molto vario, fatto apposta per chi si annoia facilmente (come me). Non ti piace il primo pezzo? Potrebbe piacerti il secondo; non ti piace il secondo pezzo? Potrebbe piacerti il terzo (e così via, ometto il resto della progressione, che è piuttosto elementare).
Spero che vi piaccia e, nel caso, consigliatelo ad amici e parenti. Siete il mio ufficio stampa (pro bono!).
(su tutte le piattaforme streaming)

Sunday, 1 December 2024


Qualche giorno fa è passato da me Federico (al centro nella foto, qui nella sua fase Morrisoniana con pantaloni di pelle), doveva portare una chitarra al Music Garage Lab di Sant'Angelo in Vado ed era di strada. Quando mi ha chiesto se sapevo dove si trovasse di preciso gli ho detto "ti ricordi dove abbiamo scattato quella foto, prima del concerto? Dieci metri più avanti". Si ricordava.
Nella foto, secondo a sinistra, c'è anche Alessandro, che ho sentito il giorno dopo, per parlare di alcuni pezzi che stava registrando e che mi aveva inviato in anteprima.
Entrambi sono presenti nel mio nuovo album (in uscita martedì prossimo!) in qualità di autori o co-autori di alcune canzoni. Canzoni che, tra l'altro, risalgono a tempi molto prossimi a quelli in cui è stata scattata la foto.
Sotto certi aspetti, è presente anche Emanuele (primo a sinistra, da sempre in fase Copelandiana), perché i tom della batteria che ho utilizzato me li ha dati lui. Non presi da una batteria a caso, proprio quella che ha usato in concerto quella sera.
Io sono (ero) l'ultimo a destra.

Babbo natale non esiste

C'è stato un periodo in cui ero molto felice, scrivevo tante canzoni con l'ukulele, perché non sapevo come fosse accordato. Le armonie che ne uscivano possedevano quell'aura magica tipica delle cose sconosciute e misteriose. Poi è arrivato Benvenuto e mi ha detto che l'ukulele era accordato come le ultime quattro corde della chitarra. Sono morto. È da allora nella custodia e non ne uscirà più.